Roberto Mucciarini
IL TEOREMA FILOSOFICO
DELL'ILLUMANESIMO
Confronti e incontri
Il cammino della ricerca
Dalla Coscienza Rosminiana alla Coscienza Quantistica: il lungo percorso della ricerca sulla natura della mente
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Premessa metodologica (06-01-2026)
Il confronto che segue, che prende spunto da un articolo di Martina Galvani – Centro Studi Rosmini, Università di Trento, Membro della Facoltà : l’evoluzione del concetto di “coscienza”, 2025 , rappresenta un percorso storico e una sollecitazione per il futuro nella prospettiva di ricollegare intuizioni di due secoli fa con le più avanzate ricerche sul "tema difficile della coscienza". Il confronto è tra la filosofia della coscienza elaborata dal filosofo roveretano Antonio Rosmini nella prima metà dell'Ottocento e le recenti ricerche sulla coscienza quantistica condotte da Keppler, Penrose e Hameroff. Un lavoro che, come vedremo, non costituisce un esercizio meramente accademico. Infatti, questo incontro tra epoche lontane rivela piuttosto come la domanda fondamentale su che cosa significhi essere coscienti attraversi quasi due secoli di indagine, mutando nei metodi ma conservando un'intuizione centrale: la coscienza non può essere ridotta alla sola materia. Questa convergenza, pur nella diversità dei linguaggi e degli strumenti, suggerisce che la ricerca stia lentamente risalendo verso verità che il pensiero speculativo aveva intuito ben prima che la scienza disponesse degli strumenti per indagarle, e che la prospettiva illumanista invita a spingersi anche oltre.
1. Due epoche, una medesima inquietudine
Rosmini, nel cuore dell'Ottocento, si confrontava con l'empirismo lockiano e l'idealismo tedesco di Fichte. La sua domanda era: come può l'io emergere dalla mera sensazione? Come si passa dal sentire al sapere di sentire?
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Nella ricerca di risposte a queste domande Antonio Rosmini non fu un pensatore isolato, ma il centro di una costellazione intellettuale che animò il dibattito filosofico italiano nella prima metà dell'Ottocento. Il suo pensiero si sviluppò in dialogo con una generazione di filosofi che, pur nelle divergenze anche aspre, condividevano un'esigenza comune: superare il sensismo e l'empirismo di derivazione illuministica per rifondare la filosofia su basi che riconoscessero la dignità dell'interiorità e la realtà della dimensione spirituale dell'uomo.
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Vincenzo Gioberti, con il quale Rosmini viene frequentemente associato sotto l'etichetta di "spiritualismo cattolico", rappresentava l'interlocutore più prossimo e insieme il critico più severo. Entrambi cercavano un fondamento metafisico della conoscenza che trascendesse il soggettivismo, ma divergevano sulla natura di questo fondamento: per Rosmini era l'idea dell'essere intuita dalla mente, per Gioberti era Dio stesso colto in un'intuizione originaria. Gioberti pubblicò anche un'opera polemica intitolata "Degli errori filosofici di Antonio Rosmini", accusando il roveretano di non essersi liberato completamente dal soggettivismo che intendeva confutare. Tuttavia, dopo il 1848, le divergenze si attenuarono e nella "Teosofia" postuma di Rosmini le ragioni giobertiane sono presenti come stimolo per chiarire il problema ontologico. Ciò che univa i due pensatori era più profondo di ciò che li divideva: entrambi appartenevano al movimento dei "cattolici liberali" e condividevano la convinzione che i diritti di libertà politica, di coscienza e di pensiero scaturissero dai valori cristiani.
Terenzio Mamiani della Rovere, filosofo pesarese, pubblicò nel 1834 il "Rinnovamento dell'antica filosofia italiana", opera che Rosmini esaminò criticamente in uno scritto del 1836. Mamiani rappresentava una variante dello spiritualismo che, pur condividendo l'opposizione al materialismo, si distingueva per un approccio meno sistematico. Pasquale Galluppi, filosofo calabrese di una generazione precedente, fu considerato insieme a Rosmini l'iniziatore del "risorgimento filosofico italiano", secondo la definizione che ne diede successivamente Giovanni Gentile. Il "coscienzialismo" di Galluppi aveva preparato il terreno per la riflessione rosminiana, ponendo al centro dell'indagine filosofica il dato della coscienza come punto di partenza irriducibile.
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Il rapporto più profondo fu quello con Alessandro Manzoni, che di Rosmini disse essere "una delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità". A partire dal 1826 i due strinsero un'amicizia intellettuale e spirituale destinata a durare fino alla morte del filosofo.
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Sul versante dello spiritualismo laico, Giuseppe Mazzini sviluppava contemporaneamente una filosofia che, pur non confessionale, condivideva con Rosmini il rifiuto del materialismo e la centralità della dimensione morale dell'esistenza. Per Mazzini l'umanità era un'unità mistica che si realizza nella storia dei popoli, e la sua esaltazione del dovere etico presenta analogie con l'attenzione rosminiana alla dignità della persona come fine in sé, mai riducibile a mezzo.
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È significativo che filosofi dichiaratamente laici come Bertrando Spaventa, Francesco Fiorentino e Giovanni Gentile abbiano successivamente riconosciuto l'importanza di Rosmini per lo sviluppo del pensiero italiano. Gentile affermò che le opere di Rosmini segnarono "l'inizio del risorgimento filosofico italiano" e gli attribuì il merito di aver fatto "entrare Kant nel vivo del discorso della filosofia italiana". Ugo Spirito riconobbe il contributo di Rosmini "alla formazione e allo sviluppo dell'idealismo italiano". Questo riconoscimento da parte di pensatori estranei alla tradizione cattolica testimonia che la riflessione rosminiana sulla coscienza trascendeva i confini confessionali per porsi come contributo alla filosofia europea.
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Collocare Rosmini in questo contesto intellettuale è importante per comprendere la portata della sua riflessione sulla coscienza. Non si trattava di una speculazione astratta condotta nell'isolamento, ma di una risposta meditata alle sfide che il pensiero moderno, da Kant a Hegel, aveva posto alla tradizione metafisica. Il "sentimento fondamentale" rosminiano nasceva dal confronto con l'idealismo tedesco e dalla volontà di superarne le aporie senza ricadere nel sensismo. Era una risposta italiana, radicata nella tradizione platonico-cristiana ma aperta al dialogo con la filosofia europea, al problema che ancora oggi impegna la ricerca sulla coscienza: come rendere conto dell'esperienza soggettiva senza dissolverla nella materia né ipostatizzarla in un io assoluto che pone se stesso.
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Rosmini avvertiva con chiarezza che tra il dato sensoriale e la consapevolezza di esso si apre un abisso che nessuna spiegazione puramente fisiologica riesce a colmare.
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Quasi due secoli dopo, la neuroscienza contemporanea si trova di fronte a quello che il filosofo David Chalmers ha definito "the hard problem of consciousness": perché l'attività neurale genera esperienza soggettiva? Perché esiste un "che cosa si prova" a essere coscienti, una qualità intima e irriducibile dell'esperienza che sfugge a ogni descrizione in terza persona?
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La continuità tra queste due epoche è sorprendente. Entrambe riconoscono che tra il dato materiale, sia esso la sensazione studiata dagli empiristi o l'attività neurale analizzata dalle neuroscienze, e l'esperienza cosciente esiste uno iato che le spiegazioni puramente fisiche non riescono a colmare. Il problema che Rosmini affrontava con gli strumenti della metafisica è lo stesso problema che oggi impegna fisici quantistici e neuroscienziati.
2. Il problema facile e il problema difficile della coscienza
Una distinzione che merita di essere approfondita è quella tra il problema difficile e facile della coscienza, introdotta da Chalmers nel 1995, poiché chiarisce con precisione il senso della convergenza tra la riflessione rosminiana e la ricerca quantistica contemporanea.
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I problemi facili della coscienza riguardano le funzioni cognitive che accompagnano l'esperienza cosciente: come il cervello discrimina gli stimoli sensoriali, come integra le informazioni provenienti da fonti diverse, come dirige l'attenzione, come controlla il comportamento, come accede ai propri stati interni e li riferisce verbalmente. Chalmers li definisce "facili" non perché siano semplici in senso assoluto — richiedono infatti sofisticate ricerche neuroscientifiche e decenni di lavoro — ma perché rientrano nel paradigma esplicativo standard della scienza: si tratta di identificare meccanismi, descrivere processi, mappare correlazioni tra attività neurale e funzioni cognitive. In linea di principio, questi problemi possono essere risolti attraverso il metodo sperimentale classico.
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Il problema difficile è di natura radicalmente diversa. Esso riguarda non le funzioni della coscienza ma la sua esistenza stessa come esperienza soggettiva. Perché l'elaborazione dell'informazione nel cervello è accompagnata da un'esperienza qualitativa? Perché esiste un "che cosa si prova" a vedere il rosso, a sentire un dolore, a provare gioia? Potremmo immaginare creature funzionalmente identiche a noi, che elaborano le stesse informazioni e producono gli stessi comportamenti, ma che sono prive di qualsiasi esperienza interiore, come animali sofisticati ma privi di vita soggettiva? Il fatto che noi non siamo così, che esiste altro "dentro" che vive l'esperienza, è precisamente ciò che il problema difficile chiede di spiegare.
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Questa distinzione illumina retrospettivamente il senso della riflessione rosminiana. Quando Rosmini distingue il sentimento fondamentale dalla riflessione che genera l'io, quando insiste sulla irriducibilità dell'anima alle sue modificazioni accidentali, quando postula la partecipazione all'essere iniziale come condizione della coscienza umana, egli sta affrontando ante litteram il problema difficile. La sua critica all'empirismo lockiano non riguarda la capacità della scienza di descrivere i meccanismi della percezione — i problemi facili — ma l'impossibilità di derivare dalla mera sensazione la consapevolezza di sentire, il soggetto che sa di essere soggetto.
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Analogamente, la ricerca quantistica sulla coscienza si distingue dalle neuroscienze classiche precisamente perché affronta il problema difficile. Le neuroscienze possono mappare con precisione crescente i correlati neurali della coscienza, identificando quali aree cerebrali si attivano durante quali esperienze. Ma questa mappatura, per quanto dettagliata, non spiega perché l'attivazione di certi neuroni sia accompagnata da un'esperienza soggettiva. La conoscenza sempre più accurata del "come" neurale rende più evidente, non meno pressante, la domanda sul "che cosa" ontologico della coscienza. È precisamente questa consapevolezza che ha spinto ricercatori come Penrose, Hameroff e Keppler a cercare nel livello quantistico della realtà fisica qualcosa che possa rendere conto dell'emergenza dell'esperienza soggettiva.
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La distinzione tra problemi facili e problema difficile accompagnerà dunque la lettura delle pagine che seguono, offrendo una chiave per comprendere perché filosofia e scienza, pur con metodi diversi, convergano verso la medesima inquietudine.
3. La struttura metafisica della coscienza secondo Rosmini
Nella sua riflessione Antonio Rosmini introduce un concetto cardine che egli denomina "sentimento fondamentale". Con questa espressione il filosofo intende una consapevolezza immediata e primitiva che il soggetto ha di sé, una presenza a sé che precede ogni operazione conoscitiva esplicita. Questo sentimento non è ancora l'io riflessivo che diciamo "io penso" o "io sono", ma ne costituisce il presupposto ontologico. È la sostanza dell'anima nella sua presenza originaria a se stessa, prima che qualsiasi atto di riflessione la renda oggetto di consapevolezza esplicita.
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La struttura della coscienza secondo Rosmini si articola dunque in tre livelli distinti ma interconnessi. Il primo livello è appunto il sentimento fondamentale, caratterizzato da una presenza immediata a sé che è pre-riflessiva e sostanziale. Il secondo livello è la riflessione, ovvero l'atto mediante il quale l'anima si volge su se stessa e in questo volgersi genera il terzo livello, che è l'autocoscienza propriamente detta, l'io che sa di essere io. Quest'ultimo, nella terminologia rosminiana, non è la sostanza dell'anima ma un suo "accidente", non nel senso di casualità bensì nel senso aristotelico di proprietà derivata dalla sostanza.
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Questa distinzione tra sostanza e accidente è cruciale per comprendere la profondità del pensiero rosminiano. Per il filosofo roveretano, l'anima è la sostanza che precede l'io. L'io emerge attraverso l'atto della riflessione, quando l'anima si fa oggetto a se stessa. Senza un'anima che si afferma, l'io non potrebbe mai "porre se stesso", come invece pretendeva Fichte nel suo idealismo. La critica di Rosmini all'idealismo tedesco è precisa: se l'io dovesse porre se stesso, chi compie questo atto di posizione? Deve esistere qualcosa che precede l'io e lo rende possibile. Questo qualcosa è l'anima nella sua sostanzialità, presente a sé nel sentimento fondamentale.
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Rosmini postula inoltre un "essere iniziale", una forma ideale e virtualmente infinita che permette all'uomo di trascendere la finitezza materiale. L'anima partecipa all'infinito attraverso tre forme fondamentali dell'essere: la forma reale, la forma ideale e la forma morale. È questa partecipazione strutturale all'infinito a rendere l'uomo irriducibile alla sola dimensione corporea. L'essere umano non è semplicemente un corpo che pensa, ma un'anima che partecipa dell'infinito e che, attraverso il corpo, fa esperienza della finitezza.
4. La ricerca contemporanea sulla coscienza quantistica
La teoria denominata "Orchestrated Objective Reduction", nota con l'acronimo Orch OR, è stata sviluppata a partire dagli anni Novanta dal fisico e matematico Roger Penrose, premio Nobel, e dall'anestesiologo Stuart Hameroff. Questa teoria propone che la coscienza emerga dal collasso quantistico che avviene nelle strutture proteiche chiamate microtubuli, situate all'interno dei neuroni. Secondo questo modello, i microtubuli ospiterebbero stati quantistici "entangled", ovvero intrecciati in modo tale che particelle distinte si comportano come un sistema unitario. Il collasso orchestrato di questi stati quantistici genererebbe momenti discreti di esperienza cosciente.
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Per trent'anni questa teoria è stata accolta con scetticismo feroce dalla comunità scientifica. Il cosmologo Max Tegmark la definì impossibile, sostenendo che la temperatura del cervello sarebbe troppo elevata per permettere il mantenimento di stati quantistici coerenti. Il cervello, argomentava Tegmark, è un ambiente troppo "caldo e rumoroso" per la delicata fisica quantistica.
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Lo studio pubblicato nel dicembre 2025 da Joachim Keppler del DIWISS Research Institute aggiunge un elemento decisivo a questo dibattito. Keppler ha costruito un modello basato sull'elettrodinamica quantistica che spiega finalmente cosa inneschi le transizioni di fase nel cervello. Il protagonista nascosto di questo processo è il Campo Punto Zero, indicato con la sigla ZPF dall'inglese "Zero Point Field". Si tratta dell'oceano fluttuante di energia che, secondo la fisica quantistica, permea il vuoto stesso. Quello che chiamiamo "vuoto" non è affatto vuoto, ma pullula di fluttuazioni energetiche a un livello fondamentale.
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Secondo il modello di Keppler, il glutammato, che è il neurotrasmettitore più abbondante nel cervello, all'interno delle microcolonne corticali entra in risonanza con modi specifici del Campo Punto Zero, precisamente alla frequenza di 7.8 terahertz. Questa risonanza innesca transizioni di fase che fanno passare gruppi di circa cento miliardi di molecole di glutammato a stati quantistici macroscopici coerenti. La conseguenza di questo processo è la generazione di campi a microonde endogeni, intorno ai 30 gigahertz, che modulano i canali ionici neuronali e regolano il ritmo di attivazione dei neuroni.
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Un dato particolarmente significativo emerge dai calcoli di Keppler: il diametro dei domini di coerenza risultanti è esattamente di trenta micrometri, che corrisponde precisamente alla larghezza di una microcolonna corticale. Questa coincidenza dimensionale suggerisce che la struttura stessa del cervello si sia evoluta per sfruttare questo meccanismo quantistico.
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Il modello spiega anche perché il cervello mantenga quello stato di equilibrio critico tra ordine e caos che caratterizza gli stati coscienti. Le microcolonne corticali si "accendono" al momento opportuno, amplificando i modi principali del Campo Punto Zero. Questi modi amplificati generano onde endogene che mantengono l'equilibrio tra eccitazione e inibizione neuronale. Senza questa risonanza con il Campo Punto Zero, il cervello non raggiungerebbe lo stato critico necessario per la coscienza.
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Dopo trent'anni di scetticismo, stanno emergendo conferme sperimentali significative. Nel 2024 Mike Wiest del Wellesley College ha dimostrato che ratti trattati con un farmaco che stabilizza i microtubuli impiegano settanta secondi in più a perdere coscienza sotto anestesia. Nel 2022 Kerskens e Pérez hanno rilevato mediante risonanza magnetica stati entangled correlati alla coscienza nel cervello umano sveglio. Sempre nel 2024, Babcock e collaboratori hanno confermato la superradianza quantistica nei microtubuli a temperatura ambiente, smentendo l'obiezione di Tegmark. La risposta alle critiche di Tegmark è che i suoi calcoli presupponevano un sistema chiuso, mentre il cervello è un sistema aperto, costantemente alimentato da energia metabolica, e questo cambia radicalmente le condizioni per il mantenimento della coerenza quantistica.
5. Convergenze strutturali tra le due prospettive
Nonostante la distanza temporale e metodologica, emergono convergenze profonde tra la riflessione rosminiana e la ricerca quantistica contemporanea. Entrambe le prospettive riconoscono che la coscienza non emerge dal nulla, ma presuppone un fondamento che la precede e la rende possibile.
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Per Rosmini questo fondamento è il sentimento fondamentale, la presenza sostanziale dell'anima a se stessa che precede ogni riflessione. Per la ricerca quantistica questo fondamento è il Campo Punto Zero, il substrato universale di energia con cui il cervello deve entrare in risonanza perché emerga la coscienza. In entrambi i casi si tratta di qualcosa che precede l'io riflessivo, che non è prodotto dall'attività cosciente ma ne costituisce la condizione di possibilità.
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Una seconda convergenza riguarda la natura relazionale della coscienza. Per Rosmini, l'autocoscienza nasce quando l'anima si volge su se stessa: è un atto relazionale interno alla sostanza spirituale. Per Keppler, la coscienza emerge quando il cervello risuona con il Campo Punto Zero: è un atto relazionale tra il sistema biologico e un substrato che lo trascende. In entrambi i casi, la coscienza non è concepita come una secrezione del cervello, come voleva il materialismo ottocentesco e come ancora sostiene parte della neuroscienza contemporanea, ma come il risultato di una relazione con qualcosa che eccede il sistema materiale.
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Una terza convergenza riguarda l'irriducibilità della coscienza al piano puramente materiale. Rosmini criticava l'empirismo per la sua incapacità di spiegare il passaggio dalla sensazione all'idea. Il sentimento fondamentale, per quanto legato all'esistenza corporea, non è riducibile alle affezioni del corpo. La ricerca quantistica constata analogamente che la sola attività neurale classica non spiega l'esperienza soggettiva. Serve un livello ulteriore, quello quantistico, che opera secondo leggi radicalmente diverse da quelle della fisica classica e che collega il cervello a un campo universale.
6. Divergenze metodologiche
Le differenze tra le due prospettive sono tuttavia significative e non devono essere minimizzate. La divergenza più evidente è metodologica. Rosmini procede per indagine metafisica e fenomenologica, attraverso deduzione dai principi e con un linguaggio propriamente filosofico. La ricerca quantistica procede invece per indagine fisico-sperimentale, attraverso la verifica empirica delle ipotesi e con un linguaggio matematico-fisico. Due ricerche molto diverse che indirizzano però verso una convergenza significativa, la quale, anche al di là dei risultati, è segno della possibilità di un approccio comune al "problema difficile della coscienza" da parte di due discipline apparentemente lontane.
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Rosmini si chiede: che cosa deve essere presupposto perché la coscienza sia possibile? La sua è un'analisi delle condizioni trascendentali dell'esperienza. Keppler e Penrose si chiedono: quali meccanismi fisici possono spiegare le proprietà osservate della coscienza? La loro è una modellizzazione che mira alla verifica sperimentale.
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Una seconda divergenza riguarda lo statuto ontologico del fondamento della coscienza. Per Rosmini, l'anima è una sostanza spirituale ontologicamente distinta dal corpo, anche se con esso intimamente connessa durante la vita terrena. Per la ricerca quantistica, la coscienza emerge da processi fisici, per quanto di natura quantistica e connessi a un campo universale. La differenza è sottile ma significativa: Rosmini postula un'entità non-materiale; la ricerca contemporanea cerca di spiegare la coscienza restando, almeno formalmente, all'interno della fisica, sebbene di una fisica radicalmente diversa da quella classica e aperta a implicazioni che la avvicinano a una nuova metafisica.
7. Il percorso storico dalla metafisica alla fisica del profondo
Il cammino della ricerca sulla coscienza può essere articolato in tre grandi fasi che si sono succedute nell'arco di quasi due secoli.
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La prima fase, che possiamo denominare della metafisica classica, trova in Rosmini uno dei suoi esponenti più significativi. In questa fase la coscienza è indagata come problema dell'anima, con gli strumenti dell'analisi concettuale e di quella che potremmo chiamare fenomenologia ante litteram. L'esito di questa indagine è l'identificazione del sentimento fondamentale come presupposto ontologico dell'io.
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La seconda fase, che ha dominato gran parte del Novecento, è quella del riduzionismo materialista. In questa fase la coscienza viene identificata con l'attività neurale, indagata con gli strumenti delle neuroscienze classiche e del comportamentismo. L'esito di questa fase è stato l'identificazione dei correlati neurali della coscienza, ma insieme il riconoscimento, almeno da parte degli studiosi più avvertiti, del fallimento nel spiegare l'esperienza soggettiva in quanto tale.
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La terza fase, che si sta dispiegando nel ventunesimo secolo, è quella della fisica quantistica della coscienza. In questa fase la coscienza viene indagata come fenomeno quantistico, con gli strumenti dell'elettrodinamica quantistica e del neuroimaging avanzato. L'esito provvisorio di questa fase è la concezione del cervello come "ricevitore" di informazioni provenienti da un campo universale piuttosto che come "generatore" autonomo di coscienza.
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È significativo che la ricerca più avanzata ritorni, con linguaggio diverso, a intuizioni pre-materialiste. L'idea che il cervello sia un ricevitore piuttosto che un generatore di coscienza riecheggia la concezione rosminiana dell'anima come sostanza che partecipa all'essere iniziale. Come scrive Keppler al termine del suo studio: «Se la coscienza emerge dall'accoppiamento al campo punto zero, allora il campo punto zero stesso potrebbe essere il substrato di qualcosa di più vasto». Questa implicazione che aleggia nelle conclusioni della ricerca più recente è precisamente ciò che Rosmini chiamava partecipazione all'infinito.
8. Verso un'energia oltre il misurabile
Le ricerche più recenti sulla coscienza quantistica aprono una prospettiva che merita di essere esplorata con attenzione, pur nella consapevolezza della sua natura ipotetica. Il Campo Punto Zero, pur essendo descritto dalla fisica teorica da oltre settant'anni, rappresenta un livello della realtà che sfugge alla misurazione diretta ordinaria. Si tratta dell'energia del vuoto quantistico, quelle fluttuazioni che permangono anche quando ogni altra forma di energia è stata rimossa da un sistema. È un'energia onnipresente, che permea lo spazio in ogni punto, e che secondo il modello di Keppler costituisce il substrato con cui il cervello deve entrare in risonanza perché emerga la coscienza.
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Questa prospettiva solleva una domanda di portata considerevole. Se la coscienza richiede l'accoppiamento con un campo energetico universale che trascende il sistema biologico individuale, non siamo forse di fronte all'indicazione che la realtà possiede livelli energetici più fondamentali di quelli attualmente accessibili alla misurazione? Il Campo Punto Zero è descritto matematicamente dalla teoria quantistica dei campi, ma la sua natura ultima rimane oggetto di indagine. Alcuni fisici ipotizzano che possa essere connesso a strutture più profonde della realtà, forse a quella "informazione" che alcuni teorici considerano più fondamentale della materia stessa.
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La domanda che Keppler lascia volutamente aperta, fermandosi ai confini della neurofisiologia, è se il Campo Punto Zero non sia a sua volta manifestazione di qualcosa di ancora più originario. Se i campi quantistici, quando risuonano nel modo appropriato, sono la coscienza, quale è lo statuto ontologico di questi campi? Sono essi stessi il livello ultimo della realtà, o rimandano a un fondamento ulteriore?
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Questa apertura della fisica contemporanea verso dimensioni della realtà non immediatamente accessibili agli strumenti attuali presenta una convergenza significativa con la prospettiva illumanista. L'Illumanesimo, nel suo teorema filosofico, postula che la Realtà Universale sia costituita da sostanza divina fondata sull'energia universale. Questa energia non è concepita come una forza tra le altre, ma come il principio stesso che sostiene ogni esistenza. Il moto perpetuo che attraversa ogni livello della Realtà, dalla dimensione materiale a quella spirituale, è espressione di questa energia fondamentale. Senza movimento, afferma l'Illumanesimo, non vi è esistenza: il moto è la vita stessa della Realtà universale.
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Il Campo Punto Zero della fisica quantistica potrebbe rappresentare, in questa prospettiva di indagine, una prima approssimazione scientifica a ciò che l'Illumanesimo denomina energia universale. Non si tratta di affermare un'identità, che sarebbe prematura e metodologicamente scorretta, ma di riconoscere una convergenza strutturale degna di approfondimento. Entrambe le concezioni postulano un livello energetico fondamentale che permea l'intera realtà, che non è riducibile alle manifestazioni particolari dell'energia comunemente misurabili, e che costituisce la condizione di possibilità dei fenomeni osservabili.
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L'Illumanesimo si ricollega dunque a queste intuizioni, sia scientifiche che filosofiche, ma compie un passo ulteriore, postulando la soluzione di un problema che resta altrimenti irrisolto: anche ammettendo l'esistenza di questa energia universale onnipresente e uniformemente distribuita, da dove emerge l'individualità autocosciente che caratterizza la coscienza di ciascuno? Per affrontare questo aspetto, che rimane insolubile persino ipotizzando un nuovo livello metafisico di tipo energetico, l'Illumanesimo parte da una posizione radicalmente diversa. Esso concepisce la Realtà universale non più divisa in campi separati e impenetrabili, ma come unità ontologica articolata, offrendo l'ipotesi di una metafisica unificata e presente a ogni livello. Da questa premessa, l'Illumanesimo propone una deduzione logica che postula l'esistenza di elementi concreti, definiti CEFA, Campi Energetici di Forze Autocoscienti, composti della stessa sostanza universale che costituisce la Realtà. Il CEFA contiene in sé lo stesso infinito che caratterizza la fonte da cui proviene. Se questa prospettiva fosse corretta, la connessione tra coscienza individuale e Campo Punto Zero universale risolverebbe il problema dell'individualità in un contesto unificato: la coscienza non sarebbe un fenomeno emergente, per quanto originato da un'energia universale, né un fenomeno isolato, ma l'espressione di una struttura più profonda della Realtà stessa, in cui CEFA e materia condividono una comune origine energetica pur differenziandosi nelle loro proprietà e manifestazioni. L'individuo diventa un'unicità autocosciente grazie a questa presenza originaria, e non attraverso un processo, per quanto più profondo di quanto ipotizzato dalle scienze empiriche.
9. Dal panpsichismo al biopsichismo
La proposta illumanista merita di essere confrontata anche con il panpsichismo, la teoria secondo cui la coscienza sarebbe una proprietà fondamentale presente a tutti i livelli della realtà fisica. Questa posizione sta conoscendo una significativa rinascita nel dibattito filosofico e scientifico contemporaneo, proposta da autori come Galen Strawson e Philip Goff, e discussa anche in relazione alla Teoria dell'Informazione Integrata di Giulio Tononi.
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L'Illumanesimo condivide con il panpsichismo il rifiuto del materialismo riduzionista. Entrambe le posizioni riconoscono che la coscienza non può essere spiegata come mero epifenomeno dell'attività neurale classica. Tuttavia, la proposta illumanista si distingue radicalmente dal panpsichismo in un punto decisivo: per l'Illumanesimo la coscienza qualitativa non è una proprietà diffusa della materia a tutti i livelli, ma emerge specificamente dalla presenza del CEFA e dalla sua relazione con un corpo adeguatamente preparato a riceverla.
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Il panpsichismo, nelle sue varie forme, tende a dissolvere la specificità della coscienza umana in un continuum di proto-coscienza che pervade l'intera realtà fisica. Se ogni elettrone possiede già una forma rudimentale di esperienza, la coscienza umana diventa semplicemente una versione più complessa di qualcosa che è già ovunque. L'Illumanesimo propone invece una concezione articolata in cui coesistono livelli diversi di coscienza con origini diverse. La coscienza istintiva, quella che permette a ogni animale di relazionarsi con l'ambiente e di perseguire la sopravvivenza, è effettivamente un'emergenza della materia biologica organizzata. La coscienza qualitativa umana, invece, presuppone la presenza del CEFA che, entrando in relazione con il corpo attraverso l'anima, conferisce all'esperienza quella dimensione valoriale, etica, riflessiva che distingue l'essere umano dagli altri animali.
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È qui che interviene il concetto di biopsichismo, elaborato nel volume "Esperienze" della proposta illumanista. Il biopsichismo descrive il processo evolutivo attraverso cui è stata resa possibile la connessione tra il CEFA e la materia cerebrale. Questo processo non è stato né puramente biologico né puramente spirituale, ma ha coinvolto l'interazione tra entrambe le dimensioni nel corso di milioni di anni.
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Secondo questa prospettiva, inizialmente le specie animali possedevano un cervello elementare capace di sviluppare una minima attività mentale. Questa attività mentale, alla morte dell'animale, non si disperdeva completamente ma costituiva un accumulo di tipo psichico: non più materia in senso stretto, ma energia della materia organizzata sotto forma di psichismo elementare. Nel corso del tempo, questo materiale psichico accumulato divenne l'elemento di mediazione tra lo Spirito e l'ambiente animale, creando le condizioni per un'interazione sempre più strutturata.
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Il biopsichismo descrive dunque l'influenza reciproca tra questi aggregati psichici e lo sviluppo cerebrale delle specie animali. Lo psichismo accumulato, tornando in circolo, agiva sulle strutture cerebrali, adeguando progressivamente il corpo alle nuove esigenze di questo psichismo in evoluzione. Non fu dunque la sola selezione naturale a determinare l'evoluzione verso specie più intelligenti, ma l'interazione tra evoluzione biologica ed evoluzione psichica. L'Illumanesimo suggerisce che una parte del processo evolutivo che ha condotto alla comparsa dell'essere umano possa essere attribuita a questa influenza biopsichica.
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In un momento determinato di questo lungo processo, nel cervello si sviluppò un elemento psichico sufficientemente avanzato che, associato a un cervello adeguato, permise l'acquisizione di facoltà qualitativamente nuove. Fu in questo momento che lo Spirito poté formare quella struttura che l'Illumanesimo chiama anima: un'interfaccia a disposizione sia del corpo che del CEFA, capace di rendere possibile la comunicazione tra due dimensioni che, senza questo terzo componente, non avrebbero potuto interagire. Il CEFA poté così iniziare a inviare segnali al corpo attraverso una psiche adatta a tale scopo, mentre il corpo poteva trasmettere al CEFA i significati delle esperienze raccolte nel mondo materiale.
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Questa concezione distingue nettamente l'Illumanesimo sia dal panpsichismo sia dal dualismo cartesiano. Per il panpsichismo la coscienza è ovunque fin dall'inizio, diffusa in ogni particella di materia. Per il dualismo cartesiano, spirito e materia sono due sostanze separate che misteriosamente interagiscono. Per l'Illumanesimo, invece, la coscienza istintiva emerge dalla materia biologica organizzata, mentre la coscienza qualitativa richiede la presenza del CEFA e di un cervello plasmato biopsichicamente per accoglierlo. La specificità umana non consiste nell'avere "più" coscienza degli altri esseri, ma nell'essere il luogo in cui due livelli ontologicamente distinti di coscienza si incontrano e interagiscono grazie a un processo evolutivo che ha coinvolto entrambe le dimensioni.
10. La proposta di indagine e le sue conferme
La proposta di indagine che emerge da questa convergenza è metodologicamente significativa. La ricerca neuroscientifica sta scoprendo che la coscienza richiede la connessione con un campo energetico universale. L'Illumanesimo da tempo sostiene che il CEFA è costituito di questa energia universale, con la quale mantiene una relazione strutturale ed esistenziale nella Realtà stessa, e quindi anche nella materia. Se le evidenze empiriche continueranno a confermare l'importanza del Campo Punto Zero per la coscienza, e se sarà possibile sviluppare strumenti capaci di indagare livelli ancora più fondamentali della struttura energetica della realtà, potrebbe aprirsi uno spazio di verifica indiretta anche per le ipotesi illumaniste sul CEFA.
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In questa nuova direzione, la proposta illumanista compie un passo anche verso la ricerca empirica e le sue conferme. Infatti, là dove queste riscontrano l'esistenza di dipendenze dirette e coerenti tra struttura neuronale e livelli di coscienza, l'Illumanesimo offre una cornice interpretativa che integra tali scoperte senza ridurle. La coscienza istintiva, prodotta dal cervello, e la coscienza qualitativa, legata al CEFA, coesistono nell'essere umano e interagiscono attraverso l'anima. Le correlazioni tra attività neurale e stati coscienti, che le neuroscienze continuano a mappare con precisione crescente, riguardano primariamente il primo livello; ma gli aspetti valoriali, etici e autocoscienti tipicamente umani rimandano al secondo livello, la cui origine non è riducibile alla sola complessità cerebrale. L'Illumanesimo non si limita dunque a postulare due livelli di coscienza e a proporre un percorso per indagare questa distinzione, ma offre anche una spiegazione della loro origine.
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È importante sottolineare che questa prospettiva non viene proposta come verità acquisita, ma come orizzonte di ricerca. L'Illumanesimo si presenta come teorema filosofico aperto all'esame, non come dogma da accettare per fede. La convergenza con le più recenti ricerche sulla coscienza quantistica offre una direzione di indagine promettente, ma sono necessari ulteriori sviluppi sia sul piano teorico sia su quello sperimentale prima di poter trarre conclusioni definitive.
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Ciò che si può affermare con ragionevole certezza è che la scienza contemporanea sta riscoprendo l'insufficienza del materialismo riduzionista e sta aprendo spazi di indagine che la avvicinano, pur con linguaggio diverso, a intuizioni che il pensiero speculativo aveva formulato da tempo. Il fatto che la fisica più avanzata debba postulare un campo energetico universale come condizione della coscienza rappresenta un'apertura verso dimensioni della realtà che trascendono il piano immediatamente misurabile. Questa apertura, se sviluppata con rigore metodologico e senza cedere a facili entusiasmi, potrebbe condurre verso una comprensione più profonda della natura della coscienza e del suo rapporto con la struttura ultima della Realtà.
11. Prospettiva illumanista
Dalla prospettiva dell'Illumanesimo, entrambe le ricerche fin qui esaminate, quella rosminiana e quella quantistica, colgono aspetti complementari di una verità più profonda. Il sentimento fondamentale rosminiano può essere interpretato come l'intuizione della presenza del CEFA nella dimensione materiale, quella consapevolezza originaria che il soggetto spirituale ha di sé. Il Campo Punto Zero potrebbe rappresentare l'evidenza di uno dei livelli energetici della Realtà Universale, un punto in cui la realtà materiale mostra il proprio limite senza che ciò escluda l'ipotesi che questo non sia un confine definitivo, ma un nuovo inizio: un livello ulteriore con cui il CEFA mantiene una connessione strutturale. L'anima rosminiana, infine, svolgerebbe la funzione che l'Illumanesimo attribuisce all'interfaccia energetica tra CEFA e corpo, quel ponte che permette la comunicazione bidirezionale tra la dimensione spirituale e quella materiale.
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L'Illumanesimo propone di superare sia il dualismo cartesiano, che postula due sostanze radicalmente separate e poi fatica a spiegare la loro interazione, sia il monismo materialista, che riduce tutto alla materia e non riesce a rendere conto dell'esperienza soggettiva. L'energia universale, attraverso il suo stato di moto, si manifesta in configurazioni diverse: come sostanza universale, come CEFA, come materia, senza che vi sia un dualismo ontologico assoluto, ma con differenze di organizzazione e proprietà emergenti che giustificano la distinzione tra dimensione "spirituale" e dimensione materiale.
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La ricerca quantistica, pur restando nel linguaggio della fisica, suggerisce qualcosa di strutturalmente analogo. Non due sostanze separate che misteriosamente interagiscono, ma due regimi della stessa realtà fisica, il regime classico e il regime quantistico, che trovano nel fenomeno della coscienza umana il loro punto di congiunzione. Il cervello, in questa prospettiva, non produce da solo l'intera coscienza come il fegato produce la bile, secondo la celebre e infelice metafora del materialismo ottocentesco, ma funge da interfaccia tra il livello classico dell'esperienza ordinaria e il livello quantistico che lo connette a un campo universale.
12. Conclusioni e domande aperte
Il lungo cammino dalla metafisica rosminiana alla fisica quantistica della coscienza rivela alcune acquisizioni significative che meritano di essere sottolineate.
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In primo luogo, le grandi intuizioni filosofiche sembrano anticipare le scoperte scientifiche, anche se con linguaggi diversi. Ciò che Rosmini chiamava sentimento fondamentale e partecipazione all'essere iniziale trova oggi un correlato, almeno parziale, nella connessione tra attività cerebrale e Campo Punto Zero. Questo non significa che la filosofia e la scienza dicano la stessa cosa, ma che non solo indagano lo stesso mistero da prospettive complementari, bensì parlano dello stesso fenomeno, identificandolo con nomi diversi.
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In secondo luogo, il materialismo riduzionista si rivela sempre più chiaramente come un'impasse teoretica. La stessa scienza, nella sua ricerca più avanzata, è costretta a postulare livelli della realtà che trascendono il piano della materia classica. Il tentativo di spiegare la coscienza come mero epifenomeno dell'attività neurale classica sembra essere sempre più vicino al fallimento, e le alternative che si stanno sviluppando recuperano, in forma nuova, l'idea di una dimensione della realtà irriducibile alla materia ordinaria.
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In terzo luogo, la coscienza sembra richiedere un fondamento che la trascende. Sia che lo si chiami anima, sentimento fondamentale, CEFA o Campo Punto Zero, emerge con chiarezza che la coscienza non si manifesta dal nulla ma presuppone una condizione di possibilità più complessa, che eccede sia il sistema materiale individuale sia l'idea di una sua unicità assoluta e isolata.
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In quarto luogo, la ricerca interdisciplinare appare sempre più necessaria per affrontare il mistero della coscienza. Nessuna disciplina da sola — né la filosofia né la fisica né le neuroscienze — possiede gli strumenti per risolvere il problema. Solo un dialogo tra prospettive diverse, che sappia integrare l'analisi concettuale della filosofia con il rigore sperimentale della scienza, può sperare di avanzare nella comprensione. Ma perché questo dialogo sia fecondo, occorre una cornice teorica capace di orientarlo: l'Illumanesimo ne propone una sufficientemente articolata e coerente.
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La convergenza tra Rosmini e la ricerca quantistica solleva domande che rimangono aperte e che l'Illumanesimo contribuisce ad articolare con particolare chiarezza. Se il cervello è un ricevitore, chi o che cosa trasmette? Il Campo Punto Zero è il livello ultimo della realtà o rimanda a un fondamento ancora più originario? La continuità dell'esperienza cosciente che l'Illumanesimo attribuisce al CEFA è compatibile con i modelli quantistici della coscienza? Le indagini logico-deduttive condotte a partire dalle tesi illumaniste suggeriscono una risposta affermativa, empiricamente approfondibile attraverso un'osservazione più dettagliata dell'esperienza umana nella sua irriducibilità a quella esclusivamente materiale. L'energia universale postulata dall'Illumanesimo come fondamento della Realtà è esprimibile nei termini della fisica contemporanea o richiede un ampliamento del quadro concettuale scientifico?
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Queste domande non hanno ancora risposta definitiva. Ma il fatto che la scienza più avanzata le stia ponendo, dopo aver deriso per trent'anni chi osava proporle, suggerisce che il tempo della metafisica necessaria evocata dall'Illumanesimo sia forse giunto. Non si tratta di abbandonare il rigore scientifico per rifugiarsi nella speculazione, ma di riconoscere che i confini tra fisica e metafisica probabilmente non esistono — o quantomeno sono assai meno netti di quanto il positivismo voleva farci credere — e che le domande ultime sulla natura della coscienza e della realtà richiedono un coraggio teoretico che sappia andare oltre i paradigmi consolidati.
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La metafisica, come scriveva Nicolás Gómez Dávila, è stata seppellita talmente tante volte che viene fatto di giudicarla immortale. Forse la sua resurrezione più recente sta avvenendo proprio nei laboratori di fisica quantistica e nelle ricerche sulla coscienza, là dove la scienza più avanzata incontra domande che solo il pensiero filosofico può formulare nella loro radicalità. L'Illumanesimo, con la sua proposta di un teorema esistenziale fondato sul CEFA e sull'energia universale, si offre come interlocutore di questo dialogo, non come depositario di verità definitive ma come prospettiva di ricerca che attende di essere messa alla prova dal confronto interdisciplinare.
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