
Una lettera dal fondo del buio?
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Lettura illumanista di un documento esistenziale estremo
C'è una lettera che circola da giorni sui social. Si dice scritta da un ragazzo di tredici anni prima di accoltellare la propria insegnante. Che sia autenticamente sua o che qualcuno abbia scritto per lui — e il registro linguistico lascia più di un dubbio — poco cambia e non rappresenta l’aspetto principale rispetto a ciò che essa contiene e ciò che voglio approfondire: si tratta di un documento di sofferenza radicale che evidenzia una distorsione esistenziale profonda, un grido che, come in tanti altri casi, nessuno ha saputo ascoltare prima che diventasse violenza. Questo dovrà essere il quadro di lettura di quel documento.
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Premetto che questa considerazione viene svolta all’interno del contesto e da una prospettiva illumanista, e pertanto non si tratta né di giustificare né di condannare nessuno, perché non è né il mio scopo né il ruolo. Si tratta di capire. E capire è, da sempre, il compito più difficile ma anche più necessario.
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Leggendo quella lettera, la cosa che colpisce e che vorrei evidenziare è la parola che vi ricorre con ossessiva insistenza: libertà. “Se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia”. “Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere”.
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Per l’Illumanesimo, la libertà non è un capriccio né un privilegio: è uno dei principi universali fondanti della Realtà, iscritto nel nucleo spirituale di ogni essere umano. Ogni individuo, nella sua essenza più profonda, è portatore di un'istanza di autonomia che non può essere soppressa senza generare sofferenza.
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Ma c'è una differenza abissale tra la libertà come principio universale — orientata verso la conoscenza, l'equilibrio, la realizzazione — e la libertà come reazione al dolore, come fuga dalla costrizione, come vendetta nei confronti di un mondo che non ha offerto gli strumenti per comprendere sé stessi. La prima, secondo l’Illumanesimo, è espressione universale — che in chiave esistenziale, nella proposta illumanista è collegato alla presenza in ogni individuo di un principio universale come necessità di fondo, essenziale a fini evolutivi dell’interiorità può profonda di ogni individuo —. La seconda è la distorsione di quel medesimo impulso, quando le condizioni esistenziali — familiari, scolastiche, culturali — non hanno fornito al giovane né il linguaggio né i contenitori per canalizzarlo.
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Questo ragazzo non stava cercando il male. Stava cercando, con gli strumenti distorti e insufficienti a sua disposizione, qualcosa che assomigliasse alla dignità.
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La condotta del giovane può essere inquadrata all’interno di un’errata conseguenza all'umiliazione come negazione dell'essere "La mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe". "Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio".
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Si può discutere quanto di questo corrisponda alla realtà dei fatti e quanto sia filtrato da una percezione già compromessa. Ma il punto non è la verità degli episodi: è il peso esistenziale con cui sono stati vissuti. Un peso che nessun adulto — né in famiglia né a scuola — ha evidentemente ritenuto degno di attenzione.
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L'Illumanesimo afferma che ogni esperienza vissuta dall'individuo contiene in potenza una conoscenza simbolizzabile: può diventare, cioè, materiale di crescita, anche spirituale, se adeguatamente elaborata. Ma questo processo — la simbolizzazione — non è automatico. Richiede condizioni: attenzione, relazione, strumenti di riflessione, qualcuno che aiuti a trasformare il dolore in comprensione.
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Quando queste condizioni mancano — quando la famiglia non riesce ad essere porto sicuro, quando la scuola si riduce a luogo di competizione, quando nessun adulto si fa prossimo — l'esperienza dolorosa non si simbolizza. Si insinua nella mente, diventa rancore, distorsione, deriva. Rospetto a questo, è necessario precisare che questa non è una giustificazione della violenza ma la descrizione di un fallimento collettivo reale.
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Ulteriori passaggi di quello scritto citano: “Nessuno conta al di fuori di me”, e “L'unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia”. È forse la frase più drammatica dell'intera lettera. Non perché riveli crudeltà innata, ma perché rivela qualcosa di ancora più inquietante: l'assenza totale di valore dell'altro come realtà.
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L'Illumanesimo vede in ogni essere umano un aspetto e un valore universale. Una presenza ontologica, “spirituale”, che non è sporadica e aleatoria, ma presente in ogni individuo, al quale conferisce pari dignità ontologica. La percezione dell'altro come reale, come portatore di una propria vita interiore comparabile alla nostra, non è un'ovvietà psicologica: è una conquista evolutiva che si costruisce attraverso relazioni autentiche, attraverso esperienze di reciprocità, attraverso la cura ricevuta e offerta, e non ultima.
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Un ragazzo che avesse scritto “nessuna vita ha importanza al di fuori della mia” non sta esprimendo una filosofia: sta descrivendo il mondo come gli è stato consegnato. Un mondo in cui nessuno — o quasi — ha avuto cura della sua vita interiore. Il narcisismo radicale non è una radice: è un sintomo di abbandono relazionale profondo.
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In un altro passaggio si cita: “Questo dimostra quanto la scuola stia fallendo”. Su questo, al di là di ogni altra considerazione, la lettera ha ragione. Non perché la violenza sia giustificata — non lo è mai — ma perché la scuola, oggi, è investita da una crisi di significato che essa stessa spesso non riesce a riconoscere. Le motivazioni sono tante e quasi tutte legittime, ma il risultato lo pagano gli individui che la frequentano, i soggetti più esposti e gli uomini di domani.
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L'Illumanesimo propone che proprio la scuola faccia un passo avanti verso una soluzione di tanti problemi che la umiliano e umiliano chi la frequenta, e nemmeno i problemi interni la esimono dal dovere di introdurre il tema del senso della formazione finalizzato a non ignorare il valore di un senso della vita, e quindi di formazione, di indirizzo unico, personale e individualizzato, all’interno di un sostegno reale e non solo enunciato. Una prospettiva che non significa fornire un senso della vita predeterminato, ma applicare il concetto del valore individuale di ogni soggetto, e che questo sia da approfondire, curare e stimolare all'interno di un contesto paritario tra tutti i soggetti, e mai prevaricatore. Questo comporta una ricerca, e ogni ricerca ha bisogno di guide. Ha bisogno di adulti che abbiano essi stessi attraversato la domanda di senso, e che l’abbiano risolta in una prospettiva non individualizzante ma di riconoscimento reciproco, che sappiano riconoscere l'inquietudine dei giovani non come disturbo da gestire ma come segnale da ascoltare.
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Una scuola che si limita a trasmettere nozioni e a valutare prestazioni — senza mai interrogarsi sull'universo interiore di chi ha davanti — non è soltanto inefficiente: è, in certi casi, attivamente dannosa. Non perché voglia fare del male, ma perché, non vedendo, lascia soli.
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Questa lettera — vera o in parte rielaborata — ci lascia una domanda precisa: dopo questa storia cosa rimane? Sicuramente funge da specchio scomodo. Ci restituisce l'immagine di un sistema che ha fallito su molti fronti contemporaneamente: la famiglia, la scuola, la rete sociale, la cultura che offriamo ai giovani come orizzonte di senso.
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L'Illumanesimo non propone risposte semplici né soluzioni immediate. A sua volta propone però una domanda radicale: cosa significa prendersi cura di un essere umano in formazione? Significa non soltanto garantirgli istruzione e sicurezza materiale. Significa aiutarlo a fare esperienza di sé come soggetto degno, come individuo la cui vita interiore merita attenzione e aiuto. Significa trasmettergli — prima ancora di qualunque nozione — la convinzione che la realtà abbia una struttura di senso, che ogni senso, proprio perché individuale, ognuno ne fa parte in modo meritevole e paritario.
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Fino a quando non saremo capaci di offrire questo ai nostri giovani, lettere come questa continueranno ad essere scritte. E il compito di chi legge non è voltarsi dall'altra parte.
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