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SÌ vs NO: Una falsa alternativa

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Riflessioni in chiave illumanista sul referendum appena concluso, sulla democrazia e la sovranità del popolo sugli organi dello Stato 

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L'Illumanesimo e la democrazia: un rapporto di necessità

Esiste nel pensiero illumanista una convinzione che non nasce da preferenze ideologiche né da simpatie partitiche: la democrazia è il sistema politico che meglio corrisponde alla natura evolutiva dell'essere umano. Non perché sia perfetta — non lo è, e l'Illumanesimo non si fa illusioni in proposito — ma perché contiene in sé il principio del cambiamento. Le società che hanno scelto di affidarsi all'equilibrio delle maggioranze sono quelle che meglio rappresentano la complessità del sistema sociale, non perché garantiscano obiettivi etici elevati con certezza, ma perché si adattano al cambiamento. Gli individui cambiano. La società cresce. La cultura si evolve. E queste continue differenze richiedono rappresentanze dinamiche, non statiche.

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Va detto con chiarezza, però, che i paesi democratici non sono necessariamente dentro questa realtà. Quello che abbiamo non è privo di difetti, e quando non funziona, questo dipende dall'uso distorto che se ne fa — seguendo interessi, bramosie di potere, ideologie di parte. La forma democratica può essere svuotata dall'interno, mantenendo la facciata del voto mentre tradisce la sostanza della rappresentanza autentica.

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Il nodo irrisolto: chi esercita la sovranità popolare?

La lettura prevalente che ha dominato la campagna elettorale appena conclusa ha inquadrato il confronto in modo suggestivo ma fuorviante: da un lato, si è accusata la politica di voler "mettere sotto controllo" la magistratura, organo indipendente a garanzia dei cittadini; dall'altro, si promuoveva la difesa di quella stessa indipendenza come baluardo democratico. Una contrapposizione che ha sedotto molti, ma che elude sistematicamente la domanda filosoficamente decisiva.

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Se democrazia significa potere al popolo — e non si tratta di una formula retorica ma di un principio ontologico — e se la democrazia di cui siamo riusciti a dotarci consente ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti, allora quei rappresentanti non solo devono avere il potere di decidere su tutti gli organi dello Stato: ne hanno il dovere. Non si tratta di una prerogativa discrezionale. Si tratta di un mandato intrinseco alla natura stessa del sistema democratico.

La presunta indipendenza di un organo statale dal potere democraticamente eletto è, in questa prospettiva, essa stessa antidemocratica. Affermare il contrario equivale ad ammettere che esistano zone dello Stato sottratte per principio alla volontà popolare, custodite da un'autorità che risponde di sé solo dinanzi a una legge inapplicabile nella sua natura originaria e non ai cittadini.

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Il problema dell'interpretazione

Infatti, si dirà — ed è l'argomento più robusto tra quelli avanzati dai difensori dell'autonomia giudiziaria — che è comunque la politica a fare le leggi, e che la magistratura è soggetta a quelle leggi. Questo sarebbe sufficiente se le leggi fossero applicabili in modo rigido, senza margini interpretativi. Ma non è così. Le leggi vengono interpretate, e chi le interpreta lo fa sempre a livello personale, mai in forza di un mandato con un preciso indirizzo democratico. Questo è già un elemento di riduzione del potere assegnato alla democrazia.

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Si obietterà, con ragione, che nemmeno i politici rispettano sempre il proprio mandato. È vero. Ma questa obiezione non cambia il principio: cambia il contesto della sua violazione. Quando un politico tradisce il proprio mandato, esistono — o meglio, dovrebbero esistere — meccanismi di risposta democratica: il voto, l'opposizione, il dibattito pubblico. Quando un magistrato esercita il potere interpretativo in modo che i cittadini non condividono, non esiste un meccanismo equivalente. Questa affermazione non può essere confutata con la tesi che i magistrati applicano comunque la legge, poiché abbiamo appena convenuto che ciò non corrisponde a piena verità, proprio in virtù dell'impossibilità intrinseca alle leggi stesse di applicarsi in forma rigida.

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La soluzione, però, non sta nel sopprimere il principio democratico, affidando il potere a soggetti non investiti da un mandato. La soluzione sta nel riformare entrambe le degenerazioni: quella del mandato politico non rispettato e quella del potere interpretativo esercitato — pur per intrinseca necessità — senza un preciso raccordo con la sovranità popolare. La magistratura non è meno importante della politica, ma all'interno di un sistema democratico rappresentativo non può eludere il controllo dei cittadini, nemmeno in nome di una legge approvata dai cittadini stessi, qualora tale rapporto metta in crisi il principio democratico.

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Perché il voto SI e il voto NO erano entrambi una rinuncia democratica

Qui risiede il nucleo della riflessione illumanista su questo referendum. La campagna si è svolta come se esistessero due posizioni autenticamente alternative. In realtà, entrambe hanno accettato implicitamente lo stesso terreno di discussione — un terreno che non poneva la vera domanda.

Chi ha votato SI ha risposto a una domanda operativa: sei favorevole a questa specifica riforma nella sua formulazione concreta? Chi ha votato NO ha risposto alla stessa domanda con esito contrario. Ma nessuno dei due ha risposto alla domanda di fondo: è accettabile che esistano organi dello Stato sottratti per principio alla sovranità democratica del popolo?

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Quella domanda non era sul referendum. Non era nell'urna. Non era nel dibattito pubblico, perché il dibattito era già stato configurato in modo da renderla impronunciabile. Votare SI era scegliere una risposta a una domanda incompleta. Votare NO era scegliere la risposta opposta alla stessa domanda incompleta. In entrambi i casi, il cittadino accettava – come accettano convenzionalmente l’esattezza di questo rapporto - una cornice che non metteva in discussione il presupposto fondamentale. Accettare quella cornice senza contestarla è, in termini illumanisti, una rinuncia politica di tipo democratico: è accettare acriticamente la presunta imprescindibilità di un limite, risolvendolo con una rinuncia piuttosto che con un rafforzamento del principio democratico. Rafforzamento che passa attraverso strumenti di maggiore controllo sulla politica, ma anche attraverso il pieno riconoscimento del suo diritto su ogni organo diverso da essa.

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Conclusione: oltre la falsa alternativa

Il referendum è passato, e la verità, indipendentemente da quale sia stato il risultato, come sempre viene scritta dai vincitori. Ma la domanda che non è stata posta rimane intatta, e tornerà a presentarsi — forse in forme diverse, forse con nomi diversi, ma con la stessa sostanza.

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Ogni volta che si chiede ai cittadini di votare, la domanda implicita che ogni cittadino consapevole dovrebbe porsi non è solo "sono favorevole o contrario a questa misura specifica?", ma "questa misura espande o restringe il perimetro della sovranità democratica del popolo?". E prima ancora: "la cornice entro cui mi viene chiesto di scegliere è quella giusta, o sto accettando presupposti che meriterebbero di essere discussi?".

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Aver votato SI o NO senza porsi queste domande — come la stragrande maggioranza degli elettori ha fatto, non per colpa propria ma per come il dibattito è stato costruito all’interno di un contesto democratico da migliorare — significa aver esercitato un gesto procedurale senza compiere una scelta politica autentica. È la differenza tra partecipare a un rito e prendere parte a un processo deliberativo. Il primo produce consenso. Il secondo produce democrazia.

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E la democrazia, conscia dei propri limiti, dovrebbe essere sempre posta di fronte alla domanda su chi governa davvero lo Stato democratico. Questa domanda aspetta ancora qualcuno disposto a pronunciarla con chiarezza. Un’attesa che prima o poi dovrà terminare.

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